Ho davvero fatto fatica a terminare la lettura di questa autobiografia di Scalfari, fatica generata forse dalla poco avvincente, anche se interessante, avventura della sua vita. Infatti l'autore descrive magistralmente una intera esistenza a partire dalla sua ormai lontana felice, leopardiana infanzia per approdare prima agli anni della formazione scolastica sanremese, degno di compagni della levatura di Calvino, per arrivare a quello che è il suo ruolo, ormai da moltissimi anni, nel mondo del giornalismo (o meglio della direzione di giornali), mondo visto ora con gli occhi carichi della esperienza accumulata in vecchiaia. Il bello di questo libro è che racconta parallelamente alla vita dell'autore un arco di storia italiana sociale e politica vissuta veramente. Ogni scelta della sua vita viene continuamente analizzata, razionalizzata e opportunamente rielaborata dalla coscienza dell'autore ed è forse questo che appesentisce il piacere della lettura. Ecco comparire subito il piccolo bambino Ballila che ascolta e contempla il duce da Palazzo Venezia, e poi il doloroso distacco dalla idelogia, dalla cultura e dallo stile di vita "imposta" dal fascismo, ed ecco il bambino che diventa maturo nei due anni passati nella campagna calabrese, lontano dalla Roma occupata dai soldati tedeschi, qui scopre, grazie al padre, una sintonia con la natura circostante, un legame con gli "amici alberi" ma anche uno spunto di riflessione sulla fine dell'innocenza, semplice riflessione che diventa poi negli anni pensiero religioso, storico, politico e filosofico sempre più complesso e dettagliato nel quale confluiscono Cartesio, Kant, Spinoza, Sant'Agostino , Freud, Omero ma primo fra tutti Nietzsche.
In questa vita "pensata" non manca nè la riflessione sull'etica politica dalla quale emergono personaggi come Berlinguer e La Malfa che a detta sua << non si può fare politica se non si sa giocare a biliardo e se non si conosce il gioco di sponda>>, nè manca una discutibile confessione (forse dovuta all'età che avanza) sulla fede in Dio: “Dio non è morto: c’è finché qualcuno lo guarderà” [...] “Quanto a me, non guardo Dio da moltissimi anni. Forse non l’ho mai guardato”.
Nessun commento:
Posta un commento