Questo libro mi è stato consigliato da Florence R. e devo dire che sebbene all'inizio non mi entusiasmasse molto alla fine si è rilevato un romanzo struggente, affascinate e commovente, una storia indimenticabile, nata dalla profonda conoscenza dell'animo umano. Si racconta la breve odissea di un vecchio contadino calabrese, Salvatore, temprato dal lavoro duro dei campi e dalla guerra combattutta come partigiano, che non intende arrendersi all'inesorabile "male", la Rusca, un tumore che non gli concede nè sosta nè scampo. Salvatore, per curare il suo male, deve lasciare la vita rurale della sua Roccasera (CZ), per recarsi a Milano dal figlio Renato e la nuora Andreina. Il vecchio sembra non sapersi mai adattare ai ritmi della vita milanese, la città lo disorienta, l'impatto con la vita di città è violento: niente sapori, niente odori sapidi della sua terra, niente umanità, un mondo senz'anima che sembra avere spersonalizzato anche suo figlio che gli appare succube di una moglie, antipatica troppo ambiziosa e carrierista non certo sottomessa e discreta come una donna del sud. Sarà la scoperta del nipotino Bruno, un delizioso bambino che si impossesserà incondizionatamente del suo cuore a rendergli indolore il vivere a Milano. Calato nel ruolo di nonno, Salvatore non solo protegge quasi maniacalmente il nipotino dall'educazione troppo fredda e asettica dei genitori moderni, ma cerca di trasmettere quanto più possibile i propri valori e le proprie esperienze. Ecco che la convivenza intensa tra Salvatore e Bruno creerà il pretesto per continui racconti sulle imprese partigiane sulla Sila, sulla sua storia con Dunka, compagna di avventure guerrigliere e sul suo odio per Cantanotte, nemico mortale che gli darà la grande soddisfazione di precederlo nella morte. Il nonno calabrese nella sua semplicità mostra di estremizzare amore e odio ma imparerà proprio dal nipotino le vie di mezzo della tenerezza e dei sentimenti più sfumati e delicati. Salvatore è maschilista, non accetta che la nuora sia aiutata dal figlio nelle mansioni di casa, molto rude nei pensieri e nelle scelte di vita quanto delizioso e delicato il rapporto con Bruno, che porta con onore il nome che lui aveva adottato nella sua vita partigiana. Deciso a fare del nipote "un vero uomo", il nonno trascorrerà notti intere al capezzale del nipotino, per farlo entrare dentro la logica della sua cultura antica e del suo passato fatto anche di ricordi di guerra. Ma non finisce qui. Le varie opprtunità della vita milanese offrono a Salvatore novità stravolgenti: è partecipe di un seminario di etnologia all'università, inerente gli usi e le tradizioni della sua Calabria, si apre al conforto femminile di una figura dolce e saggia come quella di Ortensia riscoprendo con sorpresa un amore e una passione senile. Un amore appagante come quello rappresentato dalla stua degli "Sposi" etruschi che ritratti sopra la loro tomba mostrano tutta la loro ieraticità accennando un sorriso tipico di coloro che hanno goduto e dominiato la propria vita.
L'autore, spagnolo, si è rilevato un buon conoscitore dei sentimenti più nascosti e le contraddizioni del cuore umano e anche un buon "teorico" delle usanze e della lingua calabrese (studi tratti da "Catanzaro d'altri tempi" di Domenico Pitelli) ma come tutti coloro che non hanno vissuto, pur minimamente, una qualsiasi realtà italiana, si è lasciato scappare qualche classico stereotipo che gli perdoniamo volentieri (il milanese nevrotico e antipatico, l'uomo del Sud rude, sempliciotto, attaccato alle tradizioni).
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